INDICE

Introduzione

1. L’Angelo

1.1. Fenomenologia del perdono

1.2. Un rimedio prezioso

1.3. Perdonare se stessi

2. Il Demone

2.1. Fenomenologia del rancore

2.2. Espressioni emotive del rancore

2.3. Il rumore mentale del rancore

3. L’imperdonabile

3.1. Elogio del rancore

3.2. La natura umana e il potere delle passioni

3.3. L’armonia delle passioni

3.4. L’inevitabile pathos

Conclusioni
Bibliografia


Il mantra “il perdono è l’ornamento dei forti” ha dominato il nostro modo di pensare, ha creato una tenace immaginazione morale: nella sua accezione religiosa e spirituale, ha forgiato il modo umano di agire.

Il perdono è un dono al servizio dei legami interpersonali, è espiazione per ritrovare la pace, è un’attitudine positiva. E’ anche strumento terapeutico, prescrivibile come cura, per raggiungere benessere e scacciare i fantasmi dalla mente.

Date queste premesse, le osservazioni, nelle varie prospettive delle scienze sociali, psicologiche, antropologiche, sul suo contrario, hanno un esito culturale inevitabile.

Il rancore evoca l’odore acre e disgustoso del rancido, si mescola con l’astio, l’invidia, la rabbia e può declinarsi fino alla vendetta.

In ultima analisi: un confronto impari tra l’Angelo, il perdono e il rancore, un Demone.

Eppure, scegliendo una strada meno battuta e seguendo un’analisi differente e lucida, il perdono appare come un paradosso,

Non perdonare è facile e istintivo come respirare. E’inevitabile e adattivo come provare emozioni di base e, come queste, possiamo solo imparare a gestirlo e controllarlo, grazie ad un atto di piena consapevolezza emotiva.

Provare rancore fa parte della nostra natura umana perché ogni afflizione o offesa rivolta a noi stessi è una ferita narcisistica, e difendere la nostra sopravvivenza è una risposta mentale e fisiologica primitiva. Ogni incrinatura alla nostra identità provoca un lutto e il dolore ha bisogno di tempo per lavorare, respirare e ritrovare l’equilibrio.

Il rancore acquisisce, così, una sua dignità. Il resto è solo convenzione culturale, una falsa consolazione.

A chi non si può perdonare? A una grande passione tradita: che sia un partner, un ideale, una professione. A un’amicizia che ci ha illuso e deluso. A Dio e, a volte, a se stessi.

Come nell’arte giapponese del Kintsugi, o della “riparazione dorata”, una raffinata tecnica ricostruttiva di oggetti in ceramica la quale, volendo restaurare un vaso rotto, ne valorizza la crepa riempiendola con del materiale prezioso come l’oro.

Quindi metallo pregiato che enfatizza ed evidenzia la spaccatura e non colla, o sostanza adesiva trasparente che cancella l’incrinatura. In questo modo l’integrità perduta non è occultata ma valorizzata: la spaccatura è ciò che rende unico, prezioso e con una sua storia, quel vaso. Così nella nostra storia personale i segni delle ferite imperdonabili e i sentimenti a esse legati non vanno celati e camuffati ma espressi e accettati: sono solchi indelebili ma possiedono dignità, vigore, vitalità, creatività. Queste considerazioni sono per chi si è impegnato a comprendere che quando c’è una profonda ferita narcisistica, il gesto più naturale che posso compiere non è certo perdonare, ma ragionare sul dolore provato. Posso, in questo modo, vivere una vita nuova, ritrovare un differente equilibrio, guardare e rispettare l’Altro, ricercare nuovi obiettivi ma, sempre e solo, con la consapevolezza che qualcosa si è trasformato, che c’è stato un cambiamento e che il ricordo di ciò che è successo, è indelebile. Perdonare, immaginare di poter continuare come se nulla fosse successo, è una chimera che ha il solo compito di danneggiare emotivamente e far sentire in colpa chi proprio non riesce a soddisfare questa fantasia. C’è molta più nobiltà in un rancore consapevo

Queste sono riflessioni dedicate a chi ha capito che il rancore, in questa nuova accezione, non è un triste maleficio in cui si è caduti ma che possiede una sua dignità, forza e creatività e che può diventare strumento di conoscenza della nostra essenza e della nostra identità.


Nel 2021 esce tradotto in lingua rumena “Il dono del rancore” per Editura Trei – Bucarest (traduzione dall’italiano di Roxana Marinescu). 

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