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All’ADI Design Museum si mette in discussione il dominio del marketing sul design e viene rilanciata l’urgenza di un pensiero critico autonomo attraverso l’esperienza di Studio Alchimia.

La relazione tra design, economia e marketing è oggi così stretta da risultare quasi indissolubile. Ma proprio per questo, secondo l’architetto e critico François Burkhardt, diventa necessario rimetterla radicalmente in discussione.
Oggi vi è un panorama in cui il marketing esercita un vero e proprio possesso sul design contemporaneo.
Non si limita a orientarne la comunicazione, ma ne indirizza le premesse, i valori, le finalità.
In questo processo si è progressivamente dissolta quell’aura che aveva caratterizzato l’industrial design della seconda metà del Novecento: un campo in cui l’oggetto era il risultato di una visione estetica condivisa, non una semplice risposta tattica alle esigenze del mercato.
Oggi, invece, si è persa quasi del tutto quella innovazione culturale per il consumatore che un tempo rappresentava la condizione stessa del progetto. 

È all’interno di questo quadro che l’esperienza di Studio Alchimia acquista una nuova rilevanza. Nato negli Anni Settanta dal clima eversivo del design radicale, il gruppo ha rappresentato una delle realtà più originali e critiche del panorama italiano. “Senza design non esisterebbe Alchimia, e senza Alchimia non esisterebbe un certo modo di intendere il design”: la relazione è reciproca, osmotica.
Da una parte, la disciplina alimentava il gruppo; dall’altra, Alchimia restituiva al design la possibilità di interrogare sé stesso, di metterne in crisi gli automatismi, di immaginare alternative. Tra il 1976 e il 1992 il collettivo di designer si oppose con decisione all’omologazione estetica, dando vita a mobili e oggetti nati dalla volontà di trasformare l’ambiente quotidiano, rendendolo appassionato, emotivo e concreto.

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