Alti e bassi del consenso.
Questo il destino dei Macchiaioli, dal loro apparire fino alla rivalutazione degli ultimi decenni, dove si sono visti spopolare in mostre organizzate qua e là per l’Italia, additati come precursori degli intramontabili impressionisti. Vissuti in relativa miseria, premiati da una breve fama sullo scorcio dell’Ottocento, annientati dalla furia innovatrice dei futuristi.
Poi la riscoperta, negli anni tra le due guerre, in un testa a testa tra critici e collezionisti che porta i prezzi alle stelle e i quadri di Fattori, Lega, Signorini o i meno noti Abbati e Borrani.
Dai soggetti eroici e storici alla realtà domestica e quotidiana delle comunità rurali, con l’ossessione di una resa del “vero” che porta a ridurre all’essenzialità i mezzi pittorici per aderire alla semplicità del vivere quotidiano.
Non è il soggetto il protagonista, ma il “vero”.
Il titolo del quadro, “un pretesto per sciogliere un problema di ombre, di luce, di colore”.
I contadini senza volto, forme essenziali scolpite dalla luce. Paesaggi ridotti ai rapporti minimali di forma e colore nei quadri di Giuseppe Abbati (Le mura di San Gimignano, 1863 circa) o Telemaco Signorini (Pascoli a Castiglioncello, 1861).
Sono tra le migliori rievocazioni, in chiave moderna, della “pittura di luce” del Quattrocento toscano, tanto cara al rigore sperimentale della prima stagione della “macchia”, dove i rapporti cromatici e luministici compongono una specie di teorema filosofico sotteso alla pittura.
Dentro una luce che sembra tagliata fuori da un’unica perenne stagione.


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