Semplicemente perché abbiamo perso l’attenzione e con essa la capacità di abitare davvero ciò che viviamo.
L’attenzione non è solo un atto della mente: è una forma di presenza, un’autentica espressione della cura.
Ciò a cui prestiamo attenzione cresce, si trasforma, mette radici.
Ciò che smettiamo di guardare, invece, lentamente, si allontana.
Le persone si allontanano quando non si sentono più viste.
I progetti si perdono quando non vengono più alimentati dalla passione.
Le idee si spengono quando si smette di interrogarle.
Forse la vera povertà attuale non è la mancanza di tempo ma la dispersione dello sguardo.
Siamo ovunque e, proprio per questo, raramente siamo davvero presenti.
Così perdiamo cose, occasioni e relazioni non nell’istante in cui scompaiono, ma molto prima: nel momento in cui smettiamo di accorgerci della loro esistenza.
Non è aumentata la fragilità delle cose ma si è indebolita la nostra capacità di sostare.
Pensiamo che la ricchezza consista nel moltiplicare le possibilità ma ciò che si moltiplica perde profondità e ciò che perde profondità finisce per essere sostituibile.
L’unica vera risposta a tutto questo “sbiadire” è l’Attenzione che è atto etico.
È concedere tempo, lasciare che qualcosa ci possa trasformare.
Solo ciò che riceve questa ospitalità può mettere radici.
Le Persone, così come i progetti, sono orizzonti, aperture, sono desideri.
Non chiedono di essere posseduti ma accolti e riconosciuti.
Devono essere gentilmente “bloccati”: ma con molta cura.
Altrimenti spariscono.
Photo by Mara Triplete Bonazzi


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