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L’abitudine nasce come un’alleata che ci solleva dal peso delle decisioni e, rendendo il mondo prevedibile, ci offre un senso di continuità.
Però, può trasformarsi in un idolo silenzioso.
Capita di non sceglierla ma di rimanerne affascinati: allora la veneriamo.
L’abitudine-idolo funziona come difesa dall’inquietudine.
Ripetere ciò che è noto calma l’ansia dell’incertezza, il gesto abituale diventa automatico e l’automatismo anestetizza il pensiero.
Ci muoviamo ma non agiamo davvero.
L’idolatria dell’abitudine è una rinuncia alla libertà.
Delegarle le nostre azioni significa cedere il governo di sé a un passato che non viene più messo in questione.
L’abitudine, da strumento, diventa fine; da mezzo, diventa senso.
Spezzare un’abitudine non è solo cambiare comportamento: è un atto etico.
Significa profanare l’idolo, restituire al gesto la sua intenzione e accettare il rischio e la vertigine di scegliere di nuovo.

Photo by Mara Triplete Bonazzi

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