Nel corso della vita impariamo molte lingue: quella della famiglia, dei ruoli, della professione, delle convenzioni.
Crescere significa imparare a distinguere queste dalla nostra voce, quella profonda e veritiera.
La voce autentica non coincide con l’originalità a tutti i costi; è piuttosto quella che nasce quando ciò che pensiamo, sentiamo e diciamo raggiunge la coerenza.
È il punto in cui smettiamo, almeno per un momento, di parlare attraverso le aspettative altrui e riusciamo a pronunciare qualcosa che ci appartiene davvero.
Una parola, un gesto, un modo di essere possono entrare nella memoria di qualcuno e continuare a vivere molto tempo dopo, non come semplice ricordo, ma come possibilità.
Forse lasciare il segno significa proprio questo: aver contribuito, anche senza saperlo, alla storia di un’altra persona.
Averle offerto una parola, uno sguardo, un pensiero che a un certo punto è diventato anche suo.
In fondo, la propria voce non finisce quando smettiamo di parlare.
Continua ogni volta che qualcuno, grazie a ciò che abbiamo tracciato, riesce a vedere il mondo con un significato nuovo.
“Penso che si possa andar via così: lasciando il segno nella memoria della gente e sprigionando la sensazione che si sia persa una voce, una voce di senso, non una qualsiasi ma la propria voce”.
(L. Tappatà, “Taccuini postmoderni”, 2020)
Photo by Mara Triplete Bonazzi


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