L’arte richiede tempo, attenzione e pazienza, ma la società contemporanea sembra avere smarrito queste facoltà.
Così, sempre più spesso, le visite ai musei, nati come luoghi di contemplazione, si riducono a corse davanti ai quadri che sembra prioritario fotografare più che osservare.
La crisi dell’attenzione contemporanea non riguarda soltanto la produttività, l’apprendimento o la vita sociale: investe anche il modo in cui guardiamo le immagini e di conseguenza il modo in cui guardiamo l’arte.
In un’epoca dominata dalla velocità dello scorrimento, dalla frammentazione percettiva e dalla simultaneità degli stimoli, il quadro rischia di diventare un oggetto opaco, quasi indecifrabile, perché richiede esattamente ciò che il presente tende a negare: tempo, concentrazione, pazienza.
La pittura non è mai stata un linguaggio immediato e contrariamente alla retorica contemporanea dell’“impatto visivo”, un’opera non si esaurisce nel primo colpo d’occhio.
Chiede una durata dello sguardo, delle soste e un’osservazione attiva.
Chiede persino una disponibilità alla frustrazione, perché non tutto si rivela subito.
Il problema è che la società contemporanea sembra aver smarrito proprio questa facoltà: la capacità di restare davanti a qualcosa senza pretendere un’immediata gratificazione.


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